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Cosa è un dono

Parlare del Dono non è cosa semplice, anche se apparentemente lo può sembrare. Sappiamo tutti in cosa può consistere un dono ma non sappiamo con chiarezza quale sia la sua natura, quale sia il suo senso piu’ profondo e quale sia la motivazione che spinge a donare e ad accogliere un dono.

Se noi cerchiamo sul dizionario, alla parola “dono”, troviamo:

1 L’atto di donare qualcosa –  SIN donazione: dare qlco. in dono; in senso concreto, ciò che si dà o si riceve senza contraccambio e che può essere un bene materiale o spirituale SIN regalo: dono prezioso; ricevere un dono.

2 Ciò che di buono la natura dà all’uomo: doni della terra; estens. qualità innata: dono di natura; avere il dono della bellezza, della musica, ecc.

In sintesi il dono pertanto può essere qualcosa di materiale o immateriale (spirituale): una bicicletta, la donazione di un organo, la donazione del sangue, oppure una capacità, un’attitudine. E’ qualcosa che si riceve da qualcuno (reale nel senso di tangibile o non tangibile: un amico, un genitore, oppure la natura, Dio). Il dono inteso come qualità, una capacità, un’attitudine che chiamiamo anche dote. Ad es.: possedere la dote della musica, della scrittura, dell’informatica. Questa accezione del dono come talento, come dote ci avvicina in modo evidente alla rappresentazione del dono come qualcosa che viene dato come dotazione, come prestito, una disposizione certamente gratuita ma che chiede in qualche modo una fruttificazione. Qualcosa che non va sperperato, o disperso. Una dote che non produce è una rendita. Infatti, si dice: vivere di rendita. Invece dalla dote, intesa come dono, ci si attende che produca, che fruttifichi; una base dalla quale partire, alla quale aggiungere qualcosa.

Il dono non è un evento di fortuna

Un altro elemento da considerare, facendo ancora riferimento alla citazione del dizionario, è il seguente: perchè ci sia dono occorre che ci sia qualcuno che doni; occorre che ci sai un donatore materiale, o immateriale, conosciuto o sconosciuto. Il dono non è qualcosa che trovo; un evento di fortuna; il tesoro che trovo (seppure nel caso della dote naturale possiamo considerarci fortunati per averla ricevuta.

Il dono implica un altro soggetto: il donatore

Ciò che differenzia il dono, oggetto o dote naturale, dall’evento fortunato (dal tesoro trovato) risiede nel fatto che lo si è ricevuto. E’ un elemento sostanziale di differenza perché implica un altro soggetto (in senso ampio, materiale o spirituale). Implica il riconoscere che un altro ha fatto questo dono, in qualche modo pensando a me.

Aver trovato non implica alcun altro.

Quindi l’atto del donare richiede almeno due elementi: un soggetto che dia qualcosa ed un altro soggetto che riceva ciò che viene donato.

Nella definizione del dizionario si precisa, ed è elemento peculiare e critico del dono, che nel dono si dà o si riceve senza contraccambio, senza corrispettivo.

I sociologi ci dicono che una delle regole fondamentale della convivenza sociale, presente sostanzialmente in tutte le culture, è quella della reciprocità. La regola della reciprocità è una regola di giustizia.

Il dono non risponde al criterio di equità

Ma la giustizia per quanto concerne il dono è un criterio aleatorio, perché prerogativa del dono è quella di donare qualcosa in cambio di niente, ed anche perché, semplicemente, potrebbe accadere che ciò che dono all’altra sia meno di ciò che egli dovrebbe ricevere.

Nella  logica del mercato, logica economica, è la reciprocità che regola i rapporti tra le persone ed anche ciò che viene definito come dono rientra in questa dinamica. Non è concepita l’esistenza di un atto nel quale si dia qualcosa in cambio di niente. Abbiamo tutti presente certe campagne pubblicitarie nelle quali si offre gratuitamente il prodotto, o il servizio, con l’obiettivo di acquisire de i nuovi clienti.

Rapporto dono – anoressia

Una parentesi clinica. Ho accennato al dono come donare in cambio di niente. Il tema del niente è centrale nell’anoressia. E può illustrarci ad un livello singolare, dell’individuo, ciò che ho appena evidenziato a livello della società. L’anoressia è una sofferenza nella quale il soggetto non vuole niente, o meglio: vuole il niente. Si nutre del niente. A fronte di un dare – segnalo che dare non è donare – dell’Altro genitoriale, soprattutto, spesso anche abbondante, il soggetto risponde con un no. “Non voglio ciò che mi dai”. In questo senso, collegandoci al tema di questa serata, potremmo intendere in questo modo: “Rifiuto ciò che mi dai (rappresentato dal cibo) perché ciò che mi dai non è dato come dono”. Il soggetto anoressico ha costruito la sua dimensione sul desiderio dell’Altro. Spesso la ragazza anoressia è molto brava a scuola, attenta, esasperatamente controllante ed ha costruito la propria realtà psichica sulla misura di ciò che l’Altro – genitoriale inizialmente e poi allargato al contesto in cui vive – si attendeva da lei. Non è riuscita, e non è stata aiutata, a dirigersi verso un proprio desiderio ma è rimasta totalmente legata al desiderio dell’Altro e ha fatto proprio il suo desiderio. E percepisce l’Altro come qualcuno che si occupa di lei solo in quanto soddisfatto da lei nelle sue aspettative.

Non si sente soggetto d’amore dell’Altro ma oggetto al servizio dell’Altro, della gratificazione. Corpo da riempire.

Tutto ciò che rapporto ha con il tema del dono ? Un rapporto significativo perché mostra come il dono debba essere qualcosa commisurato su ciò di cui l’altro – colui che riceve – ha veramente bisogno e desiderio e non su ciò che io donatore voglio dare, o su ciò che io decido l’altro necessiti. Siccome io dono, tu che ricevi non devi obiettare. “Io so ciò di cui tu hai bisogno”. Inoltre il caso dell’anoressia, ma vale anche per altri disturbi psichici, mette in evidenza la posizione di colui che riceve.

Soggetto e non oggetto di dono

Il rischio è che colui che riceve il dono venga tenuto in questa posizione di oggetto e non gli venga riconosciuta una propria soggettività, quindi una propria individualità.

I primi punti di cui tener conto: il dono è qualcosa che proviene dall’Altro. Qualcosa che il ricevente riconosce. E’ in gioco il desiderio dell’Altro, del donatore.  Il ricevente come Soggetto e non come Oggetto.

Il bambino-dono

Nel linguaggio comune è usuale dire che un bambino è un dono. Chiediamoci, intanto: la nascita di un bambino è un dono, o un bambino che nasce è un dono ? E’ molto diverso. Se consideriamo la nascita come un dono ci collochiamo nella posizione di coloro che si prendono cura, che sentono di avere in consegna la vita di un altro essere. Il bambino, il proprio figlio è comunque un soggetto altro da sé; qualcuno che ha un proprio temperamento e che acquisirà una propria personalità, proprie attitudini, desideri, speranze. Se invece consideriamo il bambino come un dono abbiamo due alternative: riconoscere che in qualche modo esso ci arriva da altrove, ne avremo la cura colma di attenzione e di amore, ma non riterremo ci apparterrà veramente. Viceversa, possiamo  pensare che sia un dono nel senso di regalo, di evento fortunato, fatto a noi genitori e pertanto ritenere che ci appartenga, e quindi proiettare su di lui le nostre aspettative, desideri, e visione della vita, dimenticando che si tratta di un soggetto altro da noi. Per inciso: è chiaro che come genitori proiettiamo le nostre aspettative sui figli ma il punto è di capire dove le nostre aspettative incontrano la realtà dell’Altro e la riconosce.

Ora, proviamo a collocarci nella posizione del dono, di colui che è dono, cioè nella posizione del bambino. Possiamo affermare che sapere di essere dono può non essere una cosa bella. Perché se il bambino considerasse sé stesso dono sparirebbe nell’Altro. Non avrebbe possibilità di esistere come soggetto. Sarebbe completamente preso nel godimento dell’Altro, nel desiderio dell’Altro. Questo lo si osserva chiaramente nella clinica infantile.

Dal considerarsi un dono possono derivare due effetti opposti ma ugualmente limitanti la salute psichica del bambino: essere espropriato o annullato, oppure, all’opposto essere elevato dall’altro a soggetto eccezionale, quasi da adorare. In entrambi i casi considerarsi un dono, vorrebbe dire essere totalmente devoluti all’Altro, perché anche nel caso del bambino trattato come essere eccezionale, che narcisisticamente fa ruotare gli altri attorno a sé, il soggetto aderisce al desiderio dell’Altro, ignorando il proprio. Altro che nei primi anni di vita è soprattutto materno.

Il dono è qualcosa che ci precede

Quanto detto mostra uno degli aspetti critici connesso al dono, dal lato di chi lo riceve. Il ritenere cioè che il dono sia qualcosa che gli appartiene che è di sua proprietà.

Il dono invece è qualcosa che ci viene dato, qualche cosa che viene prima di noi, che ci precede, ed eventualmente ci viene dato in consegna. Da ciò ne consegue che per donare è necessario aver vissuto l’esperienza del dono ricevuto. E avere la consapevolezza che in quell’atto si è stati rispettati nella propria soggettività. Tutto ciò chiaramente avviene soprattutto a livello inconscio.[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]