IL CONFINE E IL SUO RAPPORTO CON IL DESIDERIO E CON L’IO

confine desiderio Io

IL CONFINE DENTRO E FUORI E IL SUO RAPPORTO CON IL DESIDERIO

Il tema del confine è l’oggetto dell’intervista radiofonica, qui acclusa, attraverso la quale cerco di indagarne la presenza e la sua incidenza su ciascuno di noi. Dare uno sguardo al territorio al di là della linea di demarcazione, rendendomi conto che il confine del soggetto umano – del “parlessere” – è qualcosa che è già presente dentro, collocata all’interno, del soggetto stesso. E tuttavia così sconosciuta, o temuta, ad apparire “extranea”, e per questo posta all’esterno.fuori, aldilà dei confini apparenti del proprio Io; baluardo incerto ed illusorio della propria dimensione.

Il confine linea di separazione o di unificazione?

Il confine è solo spazio che separa, oppure è anche  occasione per una nuova unione? Spazio di sogno, di sperimentazione, di possibilità, di conoscenza, oppure di frammentazione e di divisione? Il confine come linea che protegge dalle incursioni pericolose dell’altro, oppure che chiude al rapporto creativo con l’altro?

Linea simbolica, reale ed anche immaginaria.

Dimensione di grande attualità che riverbera dal sociale al soggettivo. Realtà complessa e problematica del rapporto non solo intersoggettivo e interculturale ma anche intrasoggettivo.

E’ necessario il confine?

Cos’è un confine? Quale il suo senso? Quale il prezzo del suo mantenimento, o della sua abolizione? E poi, domanda decisiva: esiste un confine? E, infine: il confine è una realtà Reale del soggetto, oppure è una dimensione costruita? E nel caso: è una dimensione necessaria o eliminabile?

Il tema del “Confine” mi interroga e mi inquieta. E’ facile trovare nell’attualità riferimenti ad esso:  migrazioni di popolazioni, di individui, spinti dalla disperazione causata da una guerra, dall’attrazione di un benessere a loro sconosciuto, o dal desiderio di una vita con piu’ opportunità. Non intendo riferirmi tanto alla dimensione geografica del confine, seppure questa costituisca un elemento continuo di analogia e di confronto.

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IL VUOTO CHE CI ACCOMPAGNA

Abstract: nel lavoro terapeutico il vuoto occupa un posto fondamentale.                      Occorre passare da esso, ascoltarlo, per trovare le possibili risposte al disagio psicologico. Ansia, fobia, dipendenza affettiva, depressione sono alcune delle manifestazioni che segnalano l’assenza di un dialogo con il vuoto,  questa presenza silenziosa che ci abita e ci accompagna.

Il vuoto impone la sua “presenza”

Il vuoto: qualcosa da cui stare lontani, qualcosa che inevitabilmente impone la sua “presenza”.

Pensare, fare, mangiare, correre, comprare, parlare, viaggiare, intraprendere; azioni che spesso scaturiscono dal bisogno di sfuggire il suo avvicinarsi.

Eppure il vuoto è un luogo che abita il soggetto. Potremmo meglio dire: un non-luogo che abita il soggetto. Un non-luogo come quelli che la sociologia ha definito essere i centri commerciali, le stazioni, gli aeroporti, le aree di servizio autostradali. Luoghi frequentati da uomini e donne nei quali si sta per poco tempo, e solo di passaggio. Luoghi “mistici”, dove si può intuire in cosa consista l’esperienza dello spaesamento; quando il soggetto, non piu’ sostenuto dall’Io ideale, viene investito dalla realtà piu’ nuda e piu’ cruda che lo abita. Il Reale – nel linguaggio psicanalitico lacaniano – che tende ad irrompere sulla scena.

L’attacco di panico, fenomeno psichico molto diffuso, mostra questa dimensione di spaesamento e di presentificazione del Reale.

E’ il vuoto che si fa presenza. Ed è un vuoto che erroneamente viene definito come una vacuità, perché in realtà si tratta di un pieno, di un Reale indecifrabile ed innominabile.

I diversi livelli di presentificazione del vuoto

La pratica analitica mostra come diversi siano i livelli di manifestazione del vuoto e dell’esperienza soggettiva di esso.

Nella vita quotidiana di ogni essere umano, la sua stessa esistenza, il suo vivere, le attività e le azioni che egli compie: il suo essere attivo, muoversi, produrre, sono risposte che egli trova per regolare  il proprio rapporto con il vuoto. // leggi di più

IL DONO: NODO CHE CREA LEGAME – Il rapporto con l’altro visto attraverso l’atto del donare –

 

 

Cosa è un dono

Parlare del Dono non è cosa semplice, anche se apparentemente lo può sembrare. Sappiamo tutti in cosa può consistere un dono ma non sappiamo con chiarezza quale sia la sua natura, quale sia il suo senso piu’ profondo e quale sia la motivazione che spinge a donare e ad accogliere un dono.

Se noi cerchiamo sul dizionario, alla parola “dono”, troviamo:

1 L’atto di donare qualcosa –  SIN donazione: dare qlco. in dono; in senso concreto, ciò che si dà o si riceve senza contraccambio e che può essere un bene materiale o spirituale SIN regalo: dono prezioso; ricevere un dono.

2 Ciò che di buono la natura dà all’uomo: doni della terra; estens. qualità innata: dono di natura; avere il dono della bellezza, della musica, ecc.

In sintesi il dono pertanto può essere qualcosa di materiale o immateriale (spirituale): una bicicletta, la donazione di un organo, la donazione del sangue, oppure una capacità, un’attitudine. E’ qualcosa che si riceve da qualcuno (reale nel senso di tangibile o non tangibile: un amico, un genitore, oppure la natura, Dio). Il dono inteso come qualità, una capacità, un’attitudine che chiamiamo anche dote. Ad es.: possedere la dote della musica, della scrittura, dell’informatica. Questa accezione del dono come talento, come dote ci avvicina in modo evidente alla rappresentazione del dono come qualcosa che viene dato come dotazione, come prestito, una disposizione certamente gratuita ma che chiede in qualche modo una fruttificazione. Qualcosa che non va sperperato, o disperso. Una dote che non produce è una rendita. Infatti, si dice: vivere di rendita. Invece dalla dote, intesa come dono, ci si attende che produca, che fruttifichi; una base dalla quale partire, alla quale aggiungere qualcosa.

Il dono non è un evento di fortuna

Un altro elemento da considerare, facendo ancora riferimento alla citazione del dizionario, è il seguente: perchè ci sia dono occorre che ci sia qualcuno che doni; occorre che ci sai un donatore materiale, o immateriale, conosciuto o sconosciuto. Il dono non è qualcosa che trovo; un evento di fortuna; il tesoro che trovo (seppure nel caso della dote naturale possiamo considerarci fortunati per averla ricevuta.

Il dono implica un altro soggetto: il donatore

Ciò che differenzia il dono, oggetto o dote naturale, dall’evento fortunato (dal tesoro trovato) risiede nel fatto che lo si è ricevuto. E’ un elemento sostanziale di differenza perché implica un altro soggetto (in senso ampio, materiale o spirituale). Implica il riconoscere che un altro ha fatto questo dono, in qualche modo pensando a me.

Aver trovato non implica alcun altro.

Quindi l’atto del donare richiede almeno due elementi: un soggetto che dia qualcosa ed un altro soggetto che riceva ciò che viene donato.

Nella definizione del dizionario si precisa, ed è elemento peculiare e critico del dono, che nel dono si dà o si riceve senza contraccambio, senza corrispettivo.

I sociologi ci dicono che una delle regole fondamentale della convivenza sociale, presente sostanzialmente in tutte le culture, è quella della reciprocità. La regola della reciprocità è una regola di giustizia.

Il dono non risponde al criterio di equità

Ma la giustizia per quanto concerne il dono è un criterio aleatorio, perché prerogativa del dono è quella di donare qualcosa in cambio di niente, ed anche perché, semplicemente, potrebbe accadere che ciò che dono all’altra sia meno di ciò che egli dovrebbe ricevere.

Nella  logica del mercato, logica economica, è la reciprocità che regola i rapporti tra le persone ed anche ciò che viene definito come dono rientra in questa dinamica. Non è concepita l’esistenza di un atto nel quale si dia qualcosa in cambio di niente. Abbiamo tutti presente certe campagne pubblicitarie nelle quali si offre gratuitamente il prodotto, o il servizio, con l’obiettivo di acquisire de i nuovi clienti.

Rapporto dono – anoressia

Una parentesi clinica. Ho accennato al dono come donare in cambio di niente. Il tema del niente è centrale nell’anoressia. E può illustrarci ad un livello singolare, dell’individuo, ciò che ho appena evidenziato a livello della società. L’anoressia è una sofferenza nella quale il soggetto non vuole niente, o meglio: vuole il niente. Si nutre del niente. A fronte di un dare – segnalo che dare non è donare – dell’Altro genitoriale, soprattutto, spesso anche abbondante, il soggetto risponde con un no. “Non voglio ciò che mi dai”. In questo senso, collegandoci al tema di questa serata, potremmo intendere in questo modo: “Rifiuto ciò che mi dai (rappresentato dal cibo) perché ciò che mi dai non è dato come dono”. Il soggetto anoressico ha costruito la sua dimensione sul desiderio dell’Altro. Spesso la ragazza anoressia è molto brava a scuola, attenta, esasperatamente controllante ed ha costruito la propria realtà psichica sulla misura di ciò che l’Altro – genitoriale inizialmente e poi allargato al contesto in cui vive – si attendeva da lei. Non è riuscita, e non è stata aiutata, a dirigersi verso un proprio desiderio ma è rimasta totalmente legata al desiderio dell’Altro e ha fatto proprio il suo desiderio. E percepisce l’Altro come qualcuno che si occupa di lei solo in quanto soddisfatto da lei nelle sue aspettative.

Non si sente soggetto d’amore dell’Altro ma oggetto al servizio dell’Altro, della gratificazione. Corpo da riempire.

Tutto ciò che rapporto ha con il tema del dono ? Un rapporto significativo perché mostra come il dono debba essere qualcosa commisurato su ciò di cui l’altro – colui che riceve – ha veramente bisogno e desiderio e non su ciò che io donatore voglio dare, o su ciò che io decido l’altro necessiti. Siccome io dono, tu che ricevi non devi obiettare. “Io so ciò di cui tu hai bisogno”. Inoltre il caso dell’anoressia, ma vale anche per altri disturbi psichici, mette in evidenza la posizione di colui che riceve.

Soggetto e non oggetto di dono

Il rischio è che colui che riceve il dono venga tenuto in questa posizione di oggetto e non gli venga riconosciuta una propria soggettività, quindi una propria individualità.

I primi punti di cui tener conto: il dono è qualcosa che proviene dall’Altro. Qualcosa che il ricevente riconosce. E’ in gioco il desiderio dell’Altro, del donatore.  Il ricevente come Soggetto e non come Oggetto.

Il bambino-dono

Nel linguaggio comune è usuale dire che un bambino è un dono. Chiediamoci, intanto: la nascita di un bambino è un dono, o un bambino che nasce è un dono ? E’ molto diverso. Se consideriamo la nascita come un dono ci collochiamo nella posizione di coloro che si prendono cura, che sentono di avere in consegna la vita di un altro essere. Il bambino, il proprio figlio è comunque un soggetto altro da sé; qualcuno che ha un proprio temperamento e che acquisirà una propria personalità, proprie attitudini, desideri, speranze. Se invece consideriamo il bambino come un dono abbiamo due alternative: riconoscere che in qualche modo esso ci arriva da altrove, ne avremo la cura colma di attenzione e di amore, ma non riterremo ci apparterrà veramente. Viceversa, possiamo  pensare che sia un dono nel senso di regalo, di evento fortunato, fatto a noi genitori e pertanto ritenere che ci appartenga, e quindi proiettare su di lui le nostre aspettative, desideri, e visione della vita, dimenticando che si tratta di un soggetto altro da noi. Per inciso: è chiaro che come genitori proiettiamo le nostre aspettative sui figli ma il punto è di capire dove le nostre aspettative incontrano la realtà dell’Altro e la riconosce.

Ora, proviamo a collocarci nella posizione del dono, di colui che è dono, cioè nella posizione del bambino. Possiamo affermare che sapere di essere dono può non essere una cosa bella. Perché se il bambino considerasse sé stesso dono sparirebbe nell’Altro. Non avrebbe possibilità di esistere come soggetto. Sarebbe completamente preso nel godimento dell’Altro, nel desiderio dell’Altro. Questo lo si osserva chiaramente nella clinica infantile.

Dal considerarsi un dono possono derivare due effetti opposti ma ugualmente limitanti la salute psichica del bambino: essere espropriato o annullato, oppure, all’opposto essere elevato dall’altro a soggetto eccezionale, quasi da adorare. In entrambi i casi considerarsi un dono, vorrebbe dire essere totalmente devoluti all’Altro, perché anche nel caso del bambino trattato come essere eccezionale, che narcisisticamente fa ruotare gli altri attorno a sé, il soggetto aderisce al desiderio dell’Altro, ignorando il proprio. Altro che nei primi anni di vita è soprattutto materno.

Il dono è qualcosa che ci precede

Quanto detto mostra uno degli aspetti critici connesso al dono, dal lato di chi lo riceve. Il ritenere cioè che il dono sia qualcosa che gli appartiene che è di sua proprietà.

Il dono invece è qualcosa che ci viene dato, qualche cosa che viene prima di noi, che ci precede, ed eventualmente ci viene dato in consegna. Da ciò ne consegue che per donare è necessario aver vissuto l’esperienza del dono ricevuto. E avere la consapevolezza che in quell’atto si è stati rispettati nella propria soggettività. Tutto ciò chiaramente avviene soprattutto a livello inconscio.

LA RELAZIONE MADRE – FIGLIO, MADRE – FIGLIA

La relazione madre - figlio, madre - figlia

La relazione madre – figlio, madre – figlia

 

Le relazioni importanti non finiscono mai

La relazione madre – figlio, madre – figlia non finiscono mai di esistere; lasciano tracce che si incidono nella vita di ciascun soggetto. Espressioni, gesti, modi di dire, pensieri del padre o della madre che in certi momenti riecheggiano, riappaiono in noi, indicando  che qualcosa di ciò che abbiamo ricevuto, introiettato, dall’altro è diventato parte costitutiva di noi.

Le tracce dell’Altro

Tracce che, seguendo il filo della consapevolezza, ci hanno sicuramente segnati, probabilmente interrogati, e forse, infine, oggetto di una nostra soggettiva e creativa elaborazione. Processo che con effetti e incidenze diverse avviene sia a livello conscio che inconscio.

Le relazioni importanti, quelle che hanno marchiato la nostra soggettività, e hanno contribuito a far sì che noi siamo quel che siamo, non cessano di esistere dentro di noi. Quando integrate e rielaborate soggettivamente producono una pacificazione con l’altro – estesamente l’Altro di tutto ciò che è risuonato intorno a noi –  che ha inciso inevitabilmente e necessariamente nella costruzione della nostra storia.

Quando è carente l’elaborazione soggettiva

Differente è quando la relazione significativa non finisce mai, nel senso che non giunge ad una rielaborazione soggettiva e riappacificante con l’altro – genitore o esercente la funzione – che ha marchiato la costituzione del soggetto. Qualcosa di determinante rimane sospeso tra l’uno e l’altro, tra il genitore – ormai non piu’ quello della realtà ma quello incorporato – e il figlio, o la figlia.

Qualcosa di questa relazione rimane aperto, non integrato nella dinamica psichica e affettiva ma perdura nel tempo e si impone sul soggetto nel suo ripetersi insensato.

La relazione madre – figlio, madre – figlia

La relazione madre figlia ne è uno degli esempi piu’ chiari. In essa si evidenzia la complessità di questo vitale rapporto. Una relazione mai finita. // leggi di più

LA CASA, IL LUOGO DEI LEGAMI

L’alienazione necessaria

La casa, ovvero la famiglia, il luogo dei legami. Il luogo dove esperienze, vissuti ed emozioni trovano ampia ed opposta rappresentazione: amore/odio, fraternità/competizione, spontaneità/inibizione, rifugio/prigione. Realtà contrastanti, disposte in continuum sull’asse dipendenza – autonomia, in altra prospettiva sull’asse del desiderio: dal desiderio dell’altro al desiderio del soggetto.

La famiglia è l’ambito nel quale è in gioco la costituzione dell’individuo come soggetto; cioè come essere capace di costruire un proprio personale percorso, svincolato, non lo sarà mai in modo assoluto, dal desiderio dell’altro.

Operazione non facile perché fin dal principio il bambino non può non aderire all’altro che all’inizio è soprattutto l’altro materno e farsi quindi oggetto di esso. Non c’è altra strada da percorrere, pena l’esclusione dal  mondo, non tanto, come evidente, per l’improbabile venir meno del sostentamento biologico, quanto per il non ingresso nella comunicazione e nella relazione intelligibile e affettiva con gli altri individui.

Questa condizione di individuo alienato all’altro è ciò che accomuna gli esseri umani all’inizio del loro cammino nella vita. Per diventare soggetto, cioè individuo in grado di esprimere e sostenere una propria posizione desiderante è decisivo l’intervento della funzione paterna.

E’ quindi chiaro come le emozioni e  le esperienze vissute in casa, nella famiglia, tutte, come abbiamo visto, plausibili di realtà binaria, positivo – negativo, siano tuttavia inserite in una dimensione che è invece univoca, senza opzione alternativa. La dimensione del legame. Non ci si può sottrarre da essa. Anche la peggiore esperienza di legame famigliare, anzi ancor piu’ quelle negative o segnate dall’insufficienza, marca e aggancia in un legame l’individuo. Legame con il quale egli sarà chiamato a fare  i conti per tutta la sua vita.

legami

Ansia, depressione, disturbo psichico ed il dell’Io.

ansia, depressione, attaccho di panico, disturbo alimentare

IL CONFINE E L’IO: ANSIA, DEPRESSIONE, ATTACCHI DI PANICO  ?

IL CONFINE E’ NECESSARIO (parte 2°)

La sofferenza psichica nelle sue manifestazioni di ansia, depressione, attacco di panico e disturbi alimentari che relazione ha con il tema del confine, inteso come delimitazione dell’Io ?

Dunque il confine, inteso nella sua valenza psichica. Spazio che delimita, separa e definisce. Che cosa ? Un’identità ? Un Io ? Lacan diceva: pazzo è colui che si crede un re ma il re che crede di essere un re lo è ancora di piu’. Dunque un lavoro psicoterapeutico che miri a rafforzare l’Io funzionerebbe come il rifacimento della facciata di un edificio, o come l’intervento di risistemazione di qualche sua unità interna e non come una sua profonda ristrutturazione; un intervento cioè che rinnovi, consolidi, sostituendo e inserendo nuovi materiali e tecnologie, la struttura dell’edificio.

Occorre essere concreti e in certi momenti ci si può accontentare di ridare nuova forma esteriore a ciò che esiste ma occorre essere altrettanto realisti e chiari nel sapere che ciò non tocca profondamente il soggetto.

Certi interventi che promettono soluzioni rapide a disagi che investono l’essenza del soggetto, come nei casi di depressione, disturbi ossessivi, fobie di varia natura, nei disturbi d’ansia, o nei disturbi di personalità, agiscono sull’esterno della struttura, ritoccandola e adattandola nel miglior modo possibile al contingente, senza pertanto toccare il centro della questione che attanaglia il soggetto.

Può succedere perciò che dopo qualche tempo il disagio, il disturbo psichico, l’ossessione o l’attacco di panico si ripresentino, anche in forme diverse dalla loro prima apparizione. Come un edificio a cui è stata rifatta la facciata ma che è rimasto intatto nella sua essenza di struttura.

La struttura del soggetto

La struttura di un soggetto come quella di una casa non cambia; altrimenti parleremmo di demolizione, di abbattimento dell’edificio, tuttavia un lavoro analitico che si conceda quel poco tempo in più necessario ad avvicinarsi alle componenti costitutive del soggetto può permettere una ristrutturazione che, come nel caso di un edificio sottoposto ad un serio recupero edilizio, rimuovendo le cause profonde dia nuova possibilità di vita e di espressione di sé al soggetto.

Ritornando al tema del confine come spazio psichico e chiarito che l’Io, seppur necessario nel vivere quotidiano, è un elemento fittizio, di illusoria consistenza. Possiamo pertanto pensare che una funzione del confine, inteso come limite psichico tra il dentro e il fuori, l’interno e l’esterno del soggetto, tra l’Io e il Tu, sia quella di supporto a questa necessità quotidiana di definizione nella relazione con l’altro, nella definizione di spazi, di ambiti psichici che immaginariamente vengono pensati separati, in quanto delimitanti un dentro e un fuori da me.

Un dubbio, però, a questo punto emerge: il dentro e il fuori non esiste forse anche all’interno dello stesso spazio psichico del soggetto ? Il soggetto è un monolite, un pezzo unico coerente ?

 

IL CONFINE E’ NECESSARIO ? Il confine nei disturbi e nella sofferenza psicologica. (Parte 1°)

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Ho viaggiato in Tagikistan per diversi giorni sul confine con l’Afghanistan. Un fiume, il Panje ne segna la frontiera. Di qui camminavo tranquillo, gli uomini e le donne che incontravo mi salutava sorridendo. Di là, sull’altro versante, non so, non ci sono stato ma i racconti di un viaggiatore asiatico che da là proveniva mi dicevano dell’effettivo pericolo di vita che correrebbero gli occidentali che provassero ad avventurarvisi.

Con il teleobiettivo della macchina fotografica cercavo di cogliere la vita che sull’altro versante si svolgeva. Il rado andirivieni di contadini, pastori, bambini ed uomini che su quegli sterrati desolati camminavo a piedi, in moto o in piccole carovane a cavallo. Ingrandendo una di quelle casuali immagini vidi piuttosto chiaramente il kalashnikov che un giovane uomo, che sembrava accompagnare un uomo in abiti talebani, portava in spalla.

Di qui  armi non ne ho viste. Di certo il governo veglia attentamente –  il Tagikistan dopo indipendenza dall’URSS, avvenuta nel 1992, è stato afflitto da una disastrosa guerra civile – Non ho incontrati uomini girare con il mitra sulla spalla. Di là, in Afghanistan, un casuale scatto fotografico, invece, ha segnalato di un clima di tensione, di pericolo, anche in quei luoghi periferici, lontani dai territori di guerra che in questi anni i mezzi di comunicazione ci hanno fatto conoscere.

Naturalmente prendo spunto dal confine in senso geografico per parlare del confine come ambito, delimitazione psichica. Elemento sempre presente nella attività analitica e psicoterapeutica e fattore importante nelle patologie psichiche, nei disturbi di personalità, nelle nevrosi – nelle forme ossessive, negli attacchi di panico, nelle fobie sociale, nelle manifestazioni depressive.

Dunque: esiste un confine del soggetto ? A cosa serve un confine ?  E’ necessario un confine ? Dentro/fuori, di qui/di là, Io/ l’a-Altro.  Separazioni, differenze. Dolorose. Necessarie ?

continua…

Teatro, salire sul palco per scoprire sé stessi

scoprire se stessiFare teatro significa scoprire se stessi,  è camminare in un luogo quotidianamente percorso e avere la consapevolezza che fino ad allora lo si era guardato distrattamente.

E’ accorgersi di angoli di strada ombrosi e accoglienti, scoprire prospettive di palazzi e di viali, notare i colori vividi di alberi e siepi, provare disagio e smarrimento nell’attraversare vicoli bui da sempre poco frequentati, avvertire l’imbarazzo del sentirsi esposti allo sguardo curioso degli avventori seduti ai tavoli di un caffè.

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Il padre e la funzione paterna

funzione paternaIntrodurre la funzione paterna è semplicemente fare in modo che la madre desideri altrove rispetto al figlio,  e che nel far ciò si renda in un certo modo “assente”, costringendo il figlio a desiderare in altro luogo diverso dal suo.

E’ così che prende forma il desiderio che è elemento fondamentale di salvezza, perché è la via attraverso la quale il bambino si forma e si costituisce come soggetto.
Essere soggetto significa desiderare in modo autonomo da ciò che l’altro, la madre, soprattutto, desidera.
Operazione non facile perché significa rinunciare al sogno di onnipotenza e di unicità che il rapporto madre-figlio aveva stabilito. // leggi di più

Il desiderio sessuale

il desiderio sessualeIl desiderio sessuale, nulla di piu’ comune e nello stesso tempo nulla di piu’ personale. Fantasia, immaginazione e desiderio; sono queste tre parole che tengono viva la sessualità.

Sarebbe troppo facile sperare di poterne fare solo una questione di tecniche amatorie. La sessualità non può essere ridotta alla soddisfazione di un bisogno; così come quando si ha fame si mangia e quando si ha sonno si dorme.

Il rischio è quello di confondere la soddisfazione di un bisogno, con la soddisfazione del desiderio. // leggi di più